Nell’estate del 2024, spinto da alcuni post visti nel Fediverso, ho acquistato un Journaling Game, chiamato “1000 anni da vampiro”. Prima di allora, non ne avevo mai acquistato uno, anzi, non mi ricordo neanche se fino a quel momento quel termine era giunto alle mie orecchie (tanto che inizialmente lo confondevo con Lupo Solitario).

Insomma, a un certo punto acquisto questo libro, con l’intento di provarlo.

Alla fine l’ho provato… nel settembre del 2025. È durato un mese, poi l’ho venduto su Vinted.

Per una trentina di giorni ho provato a giocarlo ma, a un certo punto, ho capito che era inutile buttare altro tempo e ho deciso di gettare la spugna. Semplicemente, non era roba mia. Ero caduto bellamente vittima dei post che stavo leggendo. Nonostante la piccola nota, detta anche “TUTTI DICEVANO CHE È ROBA PER SUPER APPASSIONATI E PER CHI È INFOGNATO CON LA CREAZIONE DI PERSONAGGI FANTASY”, ci sono caduto lo stesso.

Vabbè, lezione imparata (credo, ma non ne sono sicuro).

Nonostante questo, mi ero tenuto su Obsidian la sessione che avevo iniziato a fare. Perché? Perché avevo evidenti problemi di accumulo digitale. Scrivo “avevo” perché negli ultimi mesi mi sono messo lì a fare una mega pulizia di tutto ciò che riguarda la mia esistenza, a livello digitale e non, cercando, nel caso delle cose di poco conto, inutili oppure vecchie che hanno fatto il loro corso, di tirarci su qualcosa di costruttivo da portare avanti.

Ed ecco da cosa nasce questo articolo.
Questo qua non è altro che la sessione che avevo fatto nel settembre 2025, sistemata in modo da essere leggibile in una pagina. Prendetela come una storia amatoriale trovata su Wattpad o qualsiasi altro sito fanfiction che vi viene in mente.

Detto questo, buona lettura.

1000 anni da vampiro: Rutch Fierneld

I ricordi che avevo a inizio sessione

  • Sono Rutch Fierneld, nato in Germania nel XVI secolo e trasferitosi in Inghilterra in tenera età. Ero un medico laico e, pur rischiando la carriera e le onorificenze di Oxford, curavo privatamente anche le persone non appartenenti alla nobiltà o alla borghesia.
  • Ho rubato delle medicine dal magazzino dell’ospedale che servivano a dei barboni che dovevo aiutare. Thomas Whitmore, infermiere e complice, ha fatto in modo che nessuno entrasse in quel momento. Ha chiuso porte che dovevano restare aperte. In cambio, gli ho salvato la carriera. Un patto silenzioso, scritto nel sangue.
  • Il dottor Fitzalan mi scredita presso l’ospedale dicendo di avermi visto nei bassifondi in cerca di prostitute. Se sapesse la verità farebbe i salti mortali per sbattermi fuori dall’albo. Lui è un collega di studi. Non ci siamo mai avvicinati più di tanto. Condividiamo solo l’ospedale dove lavoriamo. Penso mi odi per le mie origini tedesche.
  • Margery Talbot, figlia del fornaio. Un tempo amore, ora carne. Ci usiamo. Ci odiamo. Nessuno dei due ha il coraggio di smettere. I suoi occhi non brillano più. L’aborto in Cornovaglia ha scavato un abisso che nessuna parola può colmare.
  • Joan Baker. Paziente. Quarantenne. Un tempo borghese, ora relitto. Durante una visita nell’orario di cena, mi ha ferito con le unghie. Ha cercato di mordermi. Ho perso sangue, tanto, forse troppo. Ma non sono morto. Da quella sera, qualcosa è cambiato.

Abilità

  • Passo furtivo
  • Abile nella lotta con il coltello
  • Voce rilassante

Risorse

  • Un coltello di metallo: comprato per difesa personale e per risolvere eventuali problemi
  • Casa in Cornovaglia: piccola casa dove passo i miei giorni di relax
  • Diario: uno splendido tomo costato molto caro realizzato attorno al 1476.
  • Bisturi di Oxford, simbolo della mia vita mortale.

Marchi

Una cicatrice sopra il cuore perennemente sanguinante sul petto: devo tenerla fasciata e cambiare periodicamente le garze.

Rutch nel 1551, prima di diventare un vampiro

📜 18 novembre 1551 — Forte di Guldren, Bosco del Nord

L’inverno mi stava consumando. Non il freddo, non la neve: era il silenzio. Quel silenzio che si insinua sotto la pelle, che ti fa dubitare di ogni battito del cuore, anche se il mio non batteva più. Ero vampiro, ma non ancora predatore. Solo un relitto affamato, confuso, che vagava tra i sobborghi sperando in un volto, un respiro, un errore umano.

Quella sera, la fame mi aveva preso alla gola. Mi muovevo come un’ombra, finché lo vidi: un uomo avvolto in un telo, la barba lunga come radici che scendevano fino al petto. Non parlava. Non si muoveva. Sembrava un miraggio. Gli saltai addosso, cieco, bestiale. Ma non feci in tempo a mordere. Il mondo si capovolse. Il suolo mi accolse come una madre crudele. Buio.

Mi svegliai in una stanza che odorava di muffa e ferro. Inchiodato al muro, il corpo rigido, la mente in frantumi. Urlai. Urlai finché la gola si strappò. Poi lui tornò. Il barbuto. Edward.

Non era uomo. Era streghone. Mi aveva catturato per studiare il mio sangue, la mia maledizione. Diceva che ero “la chiave”. Io ero solo un errore.

Passarono anni. Decenni. Il forte era abbandonato, nascosto nel cuore del bosco. Nessuno veniva. Nessuno cercava. Edward mi usava per i suoi esperimenti, poi mi costrinse a preparare intrugli, veleni, pozioni per creature che non avevo mai visto prima. Alcuni urlavano. Altri supplicavano. Io mescolavo.

I prigionieri mi chiamavano “l’infetto”. Non ero uno di loro. Non ero nemmeno uno di Edward. Ero un’ombra che respirava veleno. Il mio laboratorio era una cella. La mia voce, un graffio nel buio.

Dopo cento anni, Edward cominciò a spegnersi. La sua salute lo tradiva. Dimenticava. Una sera, dimenticò di chiudere la porta.

Scappai.

Il bosco mi accolse come un figlio perduto. Mi nascosi tra le radici, tra i rami, tra i ricordi. La città era lontana, ma la notte mi guidava. Raggiunsi le mura quando il sole era già un ricordo.

Ero libero. Ma non ero più lo stesso.

Rutch nel 1651, imprigionato nel forte di Edward, prima di scappare

📜 05 dicembre 1651 — Coventry, notte fonda

Sono tornato.

La città mi ha accolto come una madre che non sa più chi sei. Tutto è cambiato, eppure tutto è rimasto uguale. Le strade, i muri, l’odore di fumo e disperazione. Ma il vuoto che sentivo prima… ora è più profondo. Più affilato.

Dopo cento anni di prigionia, la fame è diventata una bestia. Mi rode il cervello, mi spezza i pensieri, mi trascina nella notte come un cane rabbioso. Non cerco più redenzione. Cerco carne.

Cammino tra i vicoli, ma non c’è nessuno. Il mondo dorme. Poi lo vedo: un ragazzo, scende da una finestra, corre tra le traverse. Lo seguo. Silenzioso. Invisibile.

In pochi istanti gli sono addosso. Il suo corpo si contorce, lotta, poi si spegne. Tre minuti. Forse meno. Quando lo lascio a terra, è solo una carcassa vuota. Il sangue, tutto, è dentro di me.

Solo allora lo guardo. E vedo qualcosa che mi paralizza.

Thomas.

Non era lui. Ma il volto… i lineamenti… per un attimo, ho rivisto il mio unico complice. Il mio unico amico. Il mio unico testimone.

Il terrore mi prende alla gola. Mi allontano. Sparisco tra i vicoli. Nessuno mi vede. Nessuno mi cerca.

Ma io so cosa ho fatto.

Mi nascondo tra i ruderi abbandonati, dove il muschio copre le pietre e il tempo sembra essersi fermato. Le voci della città arrivano come echi lontani, ma una frase mi trapassa come una lama: “Qualcuno ha ucciso Jordan Whitmore, il nipote del defunto dottore Harry Whitmore.”

Il nome mi rimbomba nella testa. Jordan. Nipote di Harry.

Due sere dopo, con il cuore in gola e le gambe che tremano, mi dirigo al cimitero. Cammino tra le lapidi come un fantasma tra i suoi peccati. Poi la vedo. Una pietra nuova, ancora umida di pioggia e dolore.

Jordan Whitmore.

Mi si gela il corpo. Le gambe cedono. Cado in ginocchio davanti alla tomba. Le mani affondano nel fango. Il respiro si spezza.

E piango.

Piango come non facevo da secoli. Piango per Thomas, per Jordan, per me. Per tutto ciò che ho perso. Per tutto ciò che sono diventato.

📜 07 dicembre 1651 — Sorrowland

Ancora tremolante, con le guance scavate dalle lacrime e il cuore in frantumi, mi sono trascinato fuori dal cimitero. Ogni passo era un peso. Ogni respiro, una condanna. Avevo ucciso Jordan Whitmore. Avevo spezzato l’unico legame che mi rimaneva con Thomas. E ora, non restava che fuggire.

Mi incamminai verso il confine della città, senza meta, senza nome. Volevo sparire. Dissolvermi. Lasciare dietro di me il sangue, le urla, le tombe.

All’alba, Coventry era già visibile in lontananza. Il sole cominciava a salire, lento e spietato. Per non bruciare, mi rifugiai in un vecchio casolare abbandonato, poco distante dalla strada principale. Sembrava dimenticato da Dio e dagli uomini. Perfetto.

Dentro, tutto era ricoperto di polvere. I mobili erano scheletri di legno, le finestre cieche, il camino un buco nero. Nessuno ci metteva piede da anni. Meglio così.

Col passare delle notti, ho sistemato quel rudere. Ho riparato le assi, chiuso le crepe, scavato una fossa per i resti. L’ho reso mio. L’ho chiamato Sorrowland. Il regno del dolore. Il rifugio dal mondo. Il luogo dove passare il resto della mia squallida esistenza.

La cosa che più mi distruggeva lì era il mangiare. Il casolare si trovava vicino a una strada commerciale, ma non trafficata come le sue sorelle più note. Per molte notti, non passava anima viva. E io, affamato, dovevo arrangiarmi.

Ho provato il sangue animale. Tre conati di vomito. L’ho relegato a ultima spiaggia. La frutta, la verdura, qualche pezzo di carne cucinata… danno una parvenza di sazietà. Ma dura poco. Il corpo si illude. La mente no.

La soluzione più efficace è arrivata con l’osservazione. Tra fine primavera e inizio autunno, le carovane aumentano. Mercanti, pellegrini, trasportatori. Li attaccavo. Rapido. Letale. Facevo fuori più persone possibili, poi conservavo tutto ciò che poteva nutrirmi: carne, sangue, ossa.

Per mia fortuna, molte carovane erano precedute da mercenari assoldati per proteggere il carico. Uccidevo loro per primi. Così nessuno si accorgeva degli “incidenti”. Nessuna voce. Nessun testimone.

Il laboratorio portatile, rubato allo stregone Edward, è stato la mia salvezza. Con le sue ampolle, le sue polveri, i suoi strumenti, riuscivo a conservare il sangue per mesi. La carne, trattata con sali e fumo, durava abbastanza da superare l’inverno.

Sorrowland non era casa. Era tomba. Ma era mia.

📜 20 marzo 1652 / 17 dicembre 1652 — Sorrowland

Dopo qualche mese a Sorrowland, il tempo aveva cominciato a scivolare via come sabbia tra le dita. Le notti si somigliavano tutte. Il silenzio era diventato un compagno, ma anche un carnefice. Per non impazzire, ho provato a reinventarmi. A trovare qualcosa che mi tenesse la mente lontana dal passato, anche solo per qualche ora.

Durante un’aggressione notturna, tra le coperte strappate e le casse rovesciate di una carovana, ho trovato uno scatolone dimenticato. Dentro, colori. Pennelli. Libri d’arte. Forse destinati a qualche collezionista, forse a qualche mercante raffinato. Li ho portati a casa. Non si sa mai. In Sorrowland, ogni oggetto può diventare salvezza.

Le prime notti li ho ignorati. Poi, piano piano, ho cominciato a sfogliare le pagine. Teoria, incisioni, studi. Le mani tremavano, ma gli occhi erano fissi. Ammaliato da quelle immagini, da quelle forme, ho preso un pennello. E ho cominciato a dipingere.

All’inizio erano solo prove. Linee storte, colori sbavati. Ho copiato affreschi di chiese, scene sacre, volti di santi. Non per fede, ma per esercizio. Per distrarmi. Per sopravvivere.

Poi, qualcosa è cambiato.

Le immagini hanno cominciato a uscire da me. Non più copie, ma visioni. Creature che non esistono. Volti che ho visto solo nei sogni. Ombre che mi hanno parlato durante le notti più lunghe.

Un anno dopo il mio arrivo, le pareti della camera da letto erano ricoperte. Illustrazioni in stile 300, muscolari, drammatiche, feroci. Alcune sembravano battaglie celesti. Altre, condanne infernali. Tutte nate da me. Tutte figlie della mia agonia.

Sorrowland non era più solo rifugio. Era diventato tela. Confessione. Altare.

📜 Primavera 1653 — Sorrowland

Era una sera come tante. La caccia sulla strada commerciale si era rivelata inutile: nessun passante, nessuna carovana, solo vento e fame. Tornavo a Sorrowland con lo stomaco vuoto e la mente piena di rabbia.

Ma qualcosa non andava.

La porta era socchiusa. Dentro, una presenza. Un’ombra che non era mia. Il sangue mi ribollì. Senza pensare, entrai di prepotenza, spalancando la porta e saltando addosso allo sconosciuto. Lo schiaccio a terra, pronto a sbranarlo.

Ma lui piange.

Mi supplica. Le mani alzate, il volto sporco di fango e lacrime. “Ti prego… non uccidermi… mi stanno cercando… devo nascondermi…”

Mi fermo.

Un tremito mi attraversa. Uno spasmo di umanità, forse. Lo guardo. Lui mi guarda. Capisce. Vede nei miei occhi la verità. Il terrore lo paralizza.

“Tu… tu non sei umano…” sussurra, tremando.

“Portami garze e qualche cadavere fresco,” dico con voce tremolante, gli occhi fissi nei suoi. “E non ti farò fuori.”

Da quel momento, Stephan entra nella mia vita.

Il patto era semplice. Lui mi portava:

  • Garze per la ferita che ancora mi tormentava
  • Me le cambiava ogni mese, con mani tremanti ma precise
  • Mi aiutava a uccidere i viandanti sulla strada, attirandoli, distraendoli, finché io colpivo

In cambio, io:

  • Lo tenevo nascosto a Sorrowland
  • Non lo mangiavo

Era un equilibrio fragile, ma funzionava. Per un po’.

Tutto crollò in autunno.

Durante una caccia, fui avvistato da due mercenari che proteggevano un carico. Mi seguirono. Arrivarono fino a Sorrowland. Per stanarmi, diedero fuoco a tutto.

Io rimasi tra le macerie in fiamme, nascosto, immobile, finché non se ne andarono. Poi uscii. Il fuoco mi aveva bruciato la pelle, i vestiti, i ricordi. Mi buttai in un fiume vicino, per spegnere le fiamme e il dolore.

Quando riemersi, tremante e ferito, Stephan era lì. Aveva visto tutto. Era entrato prima di me, aveva raccolto ciò che poteva. Una sacca a testa. Poi siamo corsi via. Verso Gloucestershire.

Avevo perso tutto. Di nuovo.

Ma stavolta… non ero da solo.

Cambiammo regione. Le strade erano diverse, l’aria più umida, i volti sconosciuti. Decisi che era tempo di seppellire il mio passato. Di lasciarlo marcire sotto le rovine di Sorrowland.

Arrivati a destinazione, mi voltai verso Stephan. “Dimentica il mio nome,” gli dissi. “Da ora in poi, io sono Edward. Un misero agricoltore.”

Lui mi guardò. Non disse nulla. Poi annuì. Aveva capito. E mi appoggiò.

Rutch, ormai Edward nel 1653, dopo la distruzione di Sorrowland

📜 Novembre 1653 — Gloucestershire

I primi giorni a Gloucestershire sono stati duri.

Io e Stephan arrancavamo come bestie ferite, senza un tetto, senza cibo, senza direzione. Le notti erano fredde, i giorni grigi. Cercavamo di rimanere lucidi, di non cedere alla fame, alla stanchezza, alla disperazione. Ma ogni passo era un peso. Ogni ora, una prova.

Poi, il destino ci portò a lui.

Era l’inizio dell’inverno. Una sera, con qualche spicciolo rubato e un po’ di fortuna, trovammo un letto caldo in una locanda ai margini del paese. Il posto era modesto, ma ci salvò dal gelo. E lì, tra il fumo del camino e il brusio dei clienti, incontrammo Tim.

Un ragazzo all’apparenza normale. Troppo normale, quasi invisibile. Fu lui a venirci incontro. Non ci guardò con sospetto, né con curiosità. Ci servì come se ci conoscesse da sempre.

Mentre portava il piatto a Stephan, notai qualcosa. Oltre al cibo, aveva con sé due boccali: uno grande e uno piccolo. Diede quello grande a Stephan. A me, il più piccolo. Ma il mio era diverso. Chiuso, con una fessura sottile da cui bere.

“Ti farà bene,” disse, senza aggiungere altro.

Non ero in gran forma. Le ustioni sulle braccia erano ancora visibili, la pelle tesa e screpolata. La mancanza di sangue mi dava un colorito pallido, quasi cadaverico. Sembravo un relitto.

Presi il boccale. Lo bevvi senza pensarci. Non avevo nulla da perdere.

Al primo sorso, mi bloccai. Gli occhi sgranati. Il cuore — o quel che ne resta — accelerò.

Era sangue. Sangue umano.

Lo bevvi tutto d’un fiato. E d’un tratto, il colorito tornò. Le vene si riempirono. La mente si schiarì.

Stephan mi guardò, perplesso. “Cos’era?” chiese sottovoce.

Feci solo il labbiale: “Sangue.”

Bastò. Lo scioccò.

Tim, che serviva al tavolo dietro di noi, si avvicinò. Si chinò all’orecchio. “Se te ne serve altro, dimmelo. Ormai sono abituato a badare ai vampiri.”

Rimasi pietrificato.

Il giorno dopo, Tim ci invitò a casa sua. Una dimora modesta, ma calda. Ci raccontò tutto.

Suo fratello aveva fatto la mia stessa fine. Era diventato come me. Tim lo aveva accudito per anni, in silenzio, in segreto. “Non è complicato comprare sangue umano qua,” ci disse. “Basta solo sapere dove cercare.”

Ora suo fratello era andato via. La voce in città si stava spargendo troppo. Tim era rimasto solo. E ci offrì rifugio.

Ci trasferimmo da lui. Se qualcuno chiedeva chi fossimo, diceva che eravamo suoi lontani cugini. Io, un uomo malato, venuto in città per cercare cure. Stephan, il mio accompagnatore.

Da quel momento, Tim si occupava di recuperare il sangue che mi serviva. Stephan delle garze, delle medicine, dell’essenziale per vivere. Io… cercavo di non morire. E di non uccidere.

📜 Gennaio 1654 — Gloucestershire

Quel giorno, cercavo solo di riposare.

La luce del sole filtrava appena dalle fessure della casa di Tim, e io ero rannicchiato in un angolo, lontano da tutto. Il corpo esausto, la mente vuota. Ma il sonno non arrivava. Al suo posto, arrivò il dolore.

All’inizio era sottile. Un fastidio. Poi si fece strada come una lama rovente. Cominciai a dimenarmi nel letto, a contorcermi come un animale in agonia. Le ossa sembravano spezzarsi e ricomporsi. La pelle bruciava. Il respiro diventava un rantolo.

Poi, il silenzio.

Stramazzai a terra, gli occhi spalancati sul soffitto. Il fiatone mi squassava il petto. Sudavo. Tremavo. Sentivo che qualcosa era cambiato.

Guardai le mani.

Non erano più mie.

Le dita erano allungate, le unghie nere, curve, affilate. Artigli. Troppo simili a quelli che aveva Joan quando mi attaccò. Troppo simili per essere un caso.

Mi spaventai. Mi girai di scatto, urtai contro il comodino. Le unghie squarciarono il legno come se fosse carta. Il suono mi fece sobbalzare. Mi attaccai al muro, cercando di respirare. Di non impazzire.

Dopo qualche minuto, sentii un formicolio alle mani. Una sensazione strana, come se qualcosa stesse rientrando, ritirandosi. Abbassai lo sguardo.

Le mani erano tornate normali.

Ma non lo erano.

Tremante, crollai a terra. Le guardavo. Le studiavo. Cercavo di riconoscerle. Ma più le osservavo, più mi sembravano estranee. Più mi sembravano… sue.

Le mani di Joan.

Quelle che mi avevano ferito. Quelle che mi avevano cambiato.

Ora erano le mie.


Da giorni non dormivo.

Da quando le mani avevano cambiato forma, da quando avevo visto gli artigli, da quando il mio corpo aveva cominciato a tradirmi, ogni notte era una lotta. Mi svegliavo sudato, tremante, con la sensazione di non essere più solo dentro di me.

Stephan cominciava a notarlo.

Non diceva nulla, ma lo vedevo. I suoi occhi si soffermavano troppo a lungo sulle mie mani. Quando mi porgeva le garze, lo faceva con cautela, come se temesse che potessi strappargli il braccio. Una sera, mentre mi aiutava a sistemare una ferita, mi chiese: “Stai bene?”

Non risposi. Solo un cenno. Ma lui capì che qualcosa stava cambiando. E non era solo fisico.

Tim fu più diretto.

Una sera, mentre Stephan era fuori a cercare provviste, Tim entrò nella mia stanza. Aveva lo sguardo serio, le mani dietro la schiena. Si sedette accanto a me, senza dire nulla per un po’. Poi parlò.

“Ti ho visto,” disse. “La notte scorsa. Ti sei alzato. Le mani… erano diverse.”

Non risposi. Non potevo.

“Non è la prima volta, vero?” continuò. “Stai cambiando. Non sei più solo vampiro.”

Mi voltai verso di lui. “Cosa vuoi dire?”

Tim abbassò lo sguardo. “Mio fratello… anche lui ha avuto delle mutazioni. Dopo anni. Non tutti i vampiri restano uguali. Alcuni… evolvono. O degenerano. Dipende da cosa hanno dentro.”

Mi sentii mancare il respiro. “E cosa aveva dentro tuo fratello?”

Tim mi guardò. “Rabbia. Colpa. Fame. Tu cosa hai?”

Non risposi. Non potevo. La mia mente era un labirinto. Le mani, un enigma. Il corpo, una prigione.

Stephan tornò poco dopo. Mi guardò. Io lo guardai. E per la prima volta, vidi paura nei suoi occhi.

Edward, la mia identità a Gloucestershire. Un misero contadino arrivato in città perché malato

📜 Estate 1657 — Gloucestershire

Gli anni hanno cambiato il mondo più di quanto immaginassi.

Le strade ora brillano di vita, i volti sono accesi dal sole, le guance arrossate dal vino e dalla giovinezza. La gente cammina con la testa alta, come se la morte fosse un concetto lontano, come se il tempo non potesse toccarli. In mezzo a loro, io sembro un errore. La mia pelle, bianca come cera, è un marchio. Un avvertimento. Un sospetto.

Ogni sguardo è una lama. Ogni risata, un giudizio.

Una sera, lascio Tim e Stephan a riposare. Decido di uscire da solo. Avevo bisogno di sentire il mondo, anche solo per ricordarmi che esiste. Mi copro tutto: guanti, cappuccio, mantello. Pensavo bastasse. Pensavo che il buio mi avrebbe protetto.

Scelgo il mercato centrale. Affollato, rumoroso, vivo anche di notte. Che scelta del cazzo.

Cammino tra la folla, cercando di confondermi. Ma non funziona. Alcuni notabili mi fissano. Troppo a lungo. Uno di loro grida: “Non respira!”

Il tempo si ferma. Poi esplode.

Torce. Forconi. Urla. Il cerchio si stringe. Il fuoco si avvicina. Mi vedono come un mostro. Un demone. Un abominio.

Per poco non mi bruciano sul posto.

Devo rinunciare alla mia sete di sangue, al mio istinto, alla mia fame. Mi sgattaiolo via tra le ombre, tra le crepe, tra i vicoli. Il corpo vuoto. La mente in fiamme.

Da quella notte, qualcosa è cambiato.

Porto con me un nuovo dono. Un fiuto acuto per i cacciatori. Un sesto senso che vibra sotto la pelle, che si accende quando gli occhi di un predatore si posano su di me. Li sento. Li riconosco. Li temo.

Non sono più cieco. Ma non sono più libero.

Una sera, durante la fuga, un’ombra mi segue. Non è un cacciatore. È un predatore. Roderik “il Lupo”. Brigante. Assassino. Leggenda locale. Occhi feroci, mani sporche, anima spezzata.

Mi osserva. Mi raggiunge. Mi parla. Non ha paura. Non ha domande. Mi offre la sua lama. In cambio, riceve la mia forza.

Non è amicizia. Non è lealtà. È un patto di sangue e violenza.

Il patto è chiaro:

  • Roderik tiene lontani gli impiccioni, i curiosi, i sospettosi. Protegge Tim, Stephan e la casa.
  • Io lo aiuto a “risolvere” qualche lavoretto. Uomini da far sparire. Debiti da cancellare. Minacce da spegnere.

Siamo due relitti. Due ombre. Due creature che il mondo ha dimenticato.

Ma noi non abbiamo dimenticato il mondo.

📜 Autunno 1657 — Gloucestershire

La tensione ribolliva da tempo.

Stephan non sopportava più la brutalità di Roderik “il Lupo”. Lui cercava sicurezza, protezione, silenzio. Lui voleva sangue, bottino, dominio. Erano due poli opposti, costretti a convivere sotto lo stesso tetto, legati solo dalla mia ombra.

Ogni sguardo tra loro era una lama. Ogni parola, un veleno. Ogni giorno, un passo più vicino al collasso.

Una notte, la diga cedette.

Le loro voci esplosero come tuoni. Accuse. Minacce. Coltelli sguainati. Il legno tremava sotto i passi furiosi. Le parole erano taglienti, le intenzioni letali.

Entrai. Li trovai uno di fronte all’altro, pronti a colpire. Stephan con gli occhi pieni di rabbia. Roderik con il sorriso di chi ha già deciso chi uccidere.

Mi frapposi tra loro. E per farlo, ho dovuto sacrificare qualcosa di mio. Un frammento della mia essenza: Passo furtivo — la capacità di muovermi senza essere sentito, di diventare ombra tra le ombre.

Nel caos, ho alzato la voce. Ho imposto la mia volontà. Ho rinunciato al silenzio per dominare il rumore.

Mentre calmavo gli animi, ho colto l’occasione. Ho parlato con parole che grondavano potere. Ho preteso un giuramento di fedeltà da entrambi.

Non era una richiesta. Era un vincolo.

Li ho fatti pronunciare promesse nel sangue. Parole che non si possono spezzare. Legami che non si possono ignorare.

Da quel conflitto è nata una nuova Risorsa: una rete di giuramenti infrangibili.

Ora posso usarla. Posso vincolare i miei seguaci al mio volere. Posso piegare la loro volontà, se necessario. Posso impedire che il caos torni a bussare.

Ma ogni potere ha un prezzo. E io ho perso qualcosa quella notte. Passo furtivo è svanito. Ora, quando mi muovo, il mondo mi sente. E io sento il mondo. Troppo.

📜 1658 — Gloucestershire

Sono passati cinque anni da quando io e Stephan siamo entrati nella vita di Tim. Cinque anni di silenzi, di sangue nascosto, di notti lunghe e giorni recitati. Ma il tempo, piano piano, ci ha portati al punto di svolta.

La storia del “cugino malato” non reggeva più. Le persone che conoscono Tim hanno cominciato a fare troppe domande. Chi sono? Perché non esco mai?

Ogni sguardo era un interrogatorio. Ogni parola, una lama sotto pelle.

Dovevamo trovare una soluzione.

Negli ultimi tre mesi ho cominciato a prendere chili. Ho rasato a zero capelli e barba, cercando di essere irriconoscibile. Un po’ lo ero. Negli ultimi quattro anni avevo lasciato che crescessero senza controllo, nascondendo così il mio viso. Ora quel volto era nudo. Nuovo. Ma non bastava.

Decisi di cambiare nome. Da ora mi chiamavo Jonathan Stelph. Uno studioso ritirato dalla vita accademica. Un uomo stanco, che cercava pace. Un’identità costruita con cura, con dettagli, con menzogne precise.

Tim lasciò la casa a me e Stephan. Andò a vivere all’ostello dove lavorava, continuando ad aiutarci quando poteva. Stephan si inventò di aver trovato un lavoro in città. Disse che, dopo aver portato Edward a casa, era tornato per stabilirsi definitivamente.

Ora eravamo Jonathan e Stephan. Due volti nuovi. Due storie nuove. Ma sotto la pelle… Il passato bruciava ancora.

Jonathan Stelph, la mia nuova identità dopo 5 anni a Gloucestershire

📜 Gennaio 1659 — Gloucestershire

La vita aveva cominciato a scorrere anni fa nelle strade. Ma il disagio economico non era mai morto. Era rimasto lì, silenzioso, come una bestia sotto il letto. Aspettava il momento giusto.

Il momento è arrivato.

In tutta la regione è scoppiata una guerra civile. La classe povera contro i ricchi. Le strade si sono riempite di fumo, di urla, di sangue. Le case bruciano. Le alleanze si spezzano. La città non è più rifugio. È trappola.

Non potevo continuare a nascondermi lì.

Ho trovato una casa. Nascosta nel bosco. Isolata. Un’altra volta fuori dal mondo.

Le pareti sono marce, il tetto scricchiola, ma è mia. Il silenzio è tornato. La solitudine è tornata. Io… sono tornato.

Tim, Stephan e Roderik hanno deciso di rimanere in città a combattere. Non mi sento di andargli contro. Hanno scelto il fuoco. Io ho scelto l’ombra.

Gli ho spiegato dove starò. Mi hanno promesso che arriveranno. Che mi raggiungeranno. Che non mi lasceranno solo.

Ora sono qui. Nascosto. Isolato. Solo. Ancora.

Ma stavolta… Stavolta qualcosa è diverso.

Sono senza il mio adorato coltello. Quello che è stato con me per anni. Quello che ha tagliato carne, legami, silenzi. L’ho lasciato a Stephan. Perché possa difendersi. Perché possa sopravvivere.

Ogni notte, sento il vuoto nella cintura. Ogni giorno, sento il peso dell’assenza.

Non è solo il coltello. È lui. Sono loro.

📜 Marzo 1659 — Gloucestershire

È notte fonda.

Da giorni cerco qualcosa con cui rinforzare il rifugio. Il tetto cede, le assi marciscono e l’umidità si arrampica sulle pareti. Nel bosco ho trovato l’ingresso di una vecchia grotta. Qualcuno, anni prima, deve averla usata come deposito: vicino all’entrata ci sono travi spezzate, ferri arrugginiti e i resti di alcune casse.

Entro sperando di recuperare qualcosa. Qualunque cosa.

Più avanzo, più il passaggio si stringe. L’aria sa di terra bagnata e muffa. Ogni passo rimbomba nella roccia. Mi convinco che non ci sia nulla da temere. Dopotutto, cosa potrebbe uccidermi qui dentro?

Poi sento uno schianto.

Prima lontano. Poi sopra di me.

Il soffitto cede.

Non faccio in tempo a voltarmi. Una pietra mi colpisce alla schiena e mi getta a terra. Le altre arrivano subito dopo. Mi schiacciano le gambe. La lanterna si spezza. La fiamma resiste per qualche istante, minuscola, circondata dal buio.

Poi si spegne.

Provo a muovermi. Le ossa scricchiolano, ma i massi non cedono. Tendo le mani, lascio uscire gli artigli, graffio la pietra fino a spezzarmi le unghie. Scavo. Spingo. Urlo.

Niente.

L’unica uscita è sepolta. Il mondo sopra di me si è chiuso.

Chiamo Stephan. Poi Tim. Perfino Roderik. Pronuncio i loro nomi finché la voce non diventa un rantolo. Nessuno risponde. Sono rimasti in città a combattere una guerra che non ho avuto il coraggio di affrontare. Non sanno dove cercarmi. Forse sono già morti. Forse verranno al rifugio, troveranno le stanze vuote e penseranno che sia fuggito un’altra volta.

All’inizio conto le ore. Poi i giorni.

La fame arriva lenta. Si insinua nella gola, nello stomaco, dietro gli occhi. Senza sangue, il corpo si prosciuga. La pelle si tende sulle ossa. La ferita sopra il cuore continua a sanguinare, ma non ho garze. Non ho medicine. Non ho nessuno.

Bevo quel poco sangue che riesco a raccogliere con le dita. Il mio. Sa di ferro e marcio. Non basta.

Continuo a graffiare la roccia. Continuo a chiamare aiuto. Continuo finché non ho più forza.

Poi aspetto.

Nel buio, i ricordi diventano l’unica cosa che possiedo. Rivedo Margery. Thomas. Joan. Edward e il suo forte. Jordan inginocchiato davanti a me, anche se quello in ginocchio ero io. Rivedo Sorrowland bruciare. Stephan con le garze tra le mani. Tim che mi porge un boccale chiuso. Roderik che sorride con la lama sporca di sangue.

Li tengo stretti. Uno alla volta. Ho paura che, se smetto di pensarli, moriranno davvero.

Ma il tempo non passa. Il tempo si accumula.

Diventa peso. Diventa pietra. Diventa condanna.

I volti cominciano a sfocarsi. Le voci si confondono. I nomi si staccano dalle persone e restano sospesi nel vuoto, privi di significato. Non so più chi fosse Stephan. Non ricordo perché Thomas mi facesse piangere. Non so se Sorrowland fosse una casa, un uomo o una malattia.

Poi perdo anche me stesso.

Rutch Fierneld. Edward. Jonathan Stelph.

Tre nomi per una creatura sepolta viva. Tre nomi che ripeto finché diventano suoni. Poi nemmeno quelli.

Il corpo non muore. Ma non vive.

Resta immobile sotto la terra mentre, sopra, il mondo continua senza di lui. Regni cadono. Città crescono. Le strade cambiano. Le guerre finiscono e altre prendono il loro posto. Nessuno ricorda la casa nel bosco. Nessuno ricorda il cugino malato di Tim. Nessuno ricorda il medico di Oxford.

Passano gli anni. Poi i secoli.

Mille anni.

Solo buio. Solo pietra. Solo io.

O ciò che ne rimane.